A seguito della Pandemia causata dal virus Covid-19, nel nostro Paese come in altri sono state prese alcune misure di sicurezza.

Tra queste nel contesto di chiusura delle attività non ritenute essenziali, il mondo del lavoro ha subito un ulteriore modifica dalla routine quotidiana rappresentata dalla modalità di lavoro dello smart working.

Tale modalità per alcune attività si è resa improvvisamente necessaria, complice sia il divieto di assembramento (con il mantenimento della distanza di sicurezza) e la quarantena obbligatoria per la maggior parte della popolazione.

Studi recenti hanno esaminato la diffusione dello smart working trascurando, però, i potenziali effetti che l’applicazione di questo modello organizzativo ha sulla distribuzione del reddito e le sue conseguenze non intenzionali in termini di disuguaglianza.

Risultati

Tra i risultati è possibile affermare che le professioni con più alto tasso di smartworking sono quelle che vedono lavoratori donne, coì come dagli adulti e da quelli coniugati, con elevato grado di istruzione e contratti a tempo indeterminato, nel settore pubblico, italiani, nelle aree metropolitane, nel Centro Italia e nelle provincie che presentavano minori contagi.

Esaminando la relazione tra il lavoro agile e il reddito, i lavoratori con un basso livello di smart working sono più numerosi e riportano in media un reddito annuale molto più basso.

Effetti sulla distribuzione dei salari di un cambiamento di attitudine

Un aumento generale dello smart working (legato alla maggior diffusione delle professioni con caratteristiche ad essa associate) influenzerebbe in modo significativo la distribuzione dei redditi e la disuguaglianza tra lavoratori.

Il vantaggio salariale riguarda solo i maschi (il che allarga ulteriormente il divario retributivo di genere), i dipendenti più giovani e più anziani, nonché quelli che vivono nelle province più colpite dal Covid-19 (ovvero quelle del Nord Italia).

Conclusioni

Da tale analisi è possibile evincere, dunque, che i potenziali ‘effetti collaterali’ di questa modalità di lavoro sulla disuguaglianza del reddito non devono essere sottovalutati.

I risultati mostrano che un aumento dei livelli di attitudine allo smart working nelle professioni che ne riportano un livello basso porterebbe in media ad una crescita dei salari, probabilmente a causa della loro maggiore produttività.

Tuttavia, ciò determinerebbe anche un aumento della disuguaglianza salariale tra i dipendenti italiani in quanto i benefici tendono ad essere maggiori per i dipendenti di sesso maschile, anziani e ben pagati, nonché per quelli che vivono in province più colpite dal coronavirus.

L’eventuale scelta del lavoro da remoto, come modalità ordinaria per molti lavoratori, richiede una profonda ristrutturazione dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro, basata sulle nuove opportunità che la tecnologia digitale mette a disposizione.

Codici ATECO e chiusura delle attività produttive: impatti e tendenze del mercato del lavoro.

Obiettivo di tale contributo è quello di analizzare, sulla base dei dati disponibili, l’impatto che la decisione di chiusura di alcune attività produttive ha avuto sul mercato del lavoro, con particolare attenzione alle tipologie di lavoratori coinvolti dalla chiusura forzata e alle loro caratteristiche soggettive e occupazionali.

Come fonti per poter reperire i dati sono state utilizzate:

  • l’Istat
  • la Banca d’Italia Inps e Inapp
  • dai dati amministrativi Uniemens.

L’insieme di queste fonti consente di ricostruire le stime per:

  • il numero di lavoratori impattati,
  • la loro distribuzione geografica,
  • la dimensione delle imprese in cui lavorano
  • aspetti qualitativi come l’età, la tipologia contrattuale, la nazionalità.

L’Istat osserva come il 50,5% degli occupati nelle micro-imprese, 48,4% delle piccole imprese, 38,5% nelle medie imprese e il 25,9% nelle grandi imprese sono stati coinvolti dalla chiusura delle attività.

Vi è quindi un rapporto inverso tra la dimensione aziendale e l’incidenza dei lavoratori sospesi.

I dati INPS si discostano da quelli presentati Istat con una percentuale di lavoratori “attivi” di circa il 51.5%, stimando l’83% dei lavoratori bloccati nel commercio e il 100% nelle attività immobiliari.

Geograficamente si stima nel minimo del 22,4% il numero di occupati nei settori sospesi nelle Isole al massimo del 34,8% nel Nord-ovest in particolare nel settore industriale e delle costruzioni. Dal punto di vista del genere la quota delle lavoratrici sospese è stata del 26,1%.

Mentre dal punto di vista contrattuale i “sospesi” sono del 28,1% degli occupati a tempo indeterminato 33,3% per i dipendenti a termine. È marcata la differenza tra la quota di giovani occupati in settori sospesi 48,2% mentre 24,5% degli over 55.

Le conseguenze in termini di conciliazione vita-lavoro vedono maggiormente “toccato” il genere femminile, dai provvedimenti restrittivi che si sono susseguiti mediante i vari decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, in particolare quelli relativi alla chiusura delle scuole di ogni ordine e grado.

L’impatto negativo è risultato principalmente nella fascia giovanile dell’occupazione. Considerando che secondo le stime dell’ISS la quota maggiore di casi si concentra tra i 40 e gli 89 anni e la distribuzione anagrafica mostra come il 60,1% degli occupati nei settori essenziali appartenga a questa fascia d’età.

Per quanto riguarda i salari totali medi nei settori bloccati ammontano a 13.716 euro mentre nei settori essenziali a 18.229 euro.

Si può notare quindi che proprio nella componente più povera della forza lavoro si sia concentrato l’impatto maggiore delle decisioni contenute del decreto, in occupati che lavorano principalmente in settori come l’alloggio e la ristorazione.

Alla luce di tali considerazioni emerge come una delle principali conseguenze, dell’utilizzo dei soli codici ATECO per determinare la chiusura o l’apertura delle attività produttive abbia accentuato le disuguaglianze fondate sui settori e sulle modalità di lavoro con cui sono occupati principalmente i giovani e coloro che percepiscono un salario non elevato.